Adriano De Grandis
OGGETTI DI SCHERMO di
Adriano De Grandis

Cannes 77. La Giuria onora Anora: è Palma
Premi condivisbili, anche il no a Sorrentino

Domenica 26 Maggio 2024

Verrebbe da dire: lasciate stare i premi di questa edizione, nonostante la Palma finisca a un film pazzo che strappa risate e commozione nel finale, perché un attimo prima sul palco si è fermata la Storia del cinema: il lungo abbraccio tra George Lucas (Palma alla carriera) e Francis Ford Coppola (qui in gara con “Megalopolis”, ma non c’entra), l’interminabile standing ovation, il regista di “Apocalypse now” e tanto altro che consegna il premio all’inventore di “Star wars” e tanto altro. Momento magico, emozionante. Che resterà per sempre.

Poi certo si chiudono i conti con l’edizione numero 77. Che premia “Anora”, il film statunitense di Sean Baker, che solitamente non ti aspetteresti da Palma, perché commedia scatenata (ma con una sua morale politica), ma che va bene così, almeno una volta non si dirà che vincono i film pallosi (che però sono anche belli). Certo un po’ di sorpresa c’è e forse anche di esagerazione. Adesso ci sarà chi inizierà a parlare di ulteriore delusione, dopo l’Oscar mancato di Garrone. Ma d’altronde come allora, anche stavolta c’erano film migliori di “Parthenope” di Paolo Sorrentino, unica opera italiana in Concorso per la Palma d’oro (non contando quelli co-prodotti o girati anche con pezzi d’Italia come “Marcello mio” di Christophe Honoré). E quindi il verdetto che fa appassire le speranze va accettato serenamente. Come già detto nei giorni scorsi, qui da Cannes, la nuova incursione su Napoli del regista di “È stata la mano di Dio” non aveva particolarmente impressionato, tanto da finire nel tabellone dei vari inviati internazionali tra gli ultimi posti del Concorso. E anche per chi scrive non si tratta certo del miglior Sorrentino, mettendo in mostra le sue indubbie qualità, ma soprattutto anche le sue contraddizioni. Però la consolazione arriva da “Un certain regard” dove Roberto Minervini porta a casa il premio per la miglior regia, con il suo film “I dannati”. Certo Minervini lavora da sempre negli States, però non facciamo i sofisti, anche perché comunque è prodotto anche da Rai cinema e il film è in questi giorni in programmazione nelle nostre sale.

Il palmarès della giuria di Greta Gerwig (ok Usa anche lei, qualcuno lo sottolineerà), dove era presente il nostro Pierfrancesco Favino, è molto equilibrato, piuttosto corretto. Certo c’è sempre chi resta fuori, a cominciare dai grandi come Cronenberg o lo stesso Coppola, al quale oggi o dai la Palma o meglio niente, o Jia-Zanghke. Però lamentarsi stavolta non avrebbe molto senso. Bello il Gran Premio a un piccolo, toccante film indiano come “All we imagine as light”, storie di donne raccontate da una donna (Payal Kapadia) e sempre a proposito di donne, è sensato il premio collettivo alle attrici del sorprendente musical di Jacques Audiard (“Emilia Pérez”, che si porta casa anche il Premio della Giuria). Niente da contestare nemmeno al premio per la regia assegnata al portoghese Miguel Gomes, che ci porta in giro per l’Asia (“Grand tour” è infatti il titolo) con una storia struggente a inizio Novecento, in un folgorante bianco e nero. Accettabile il premio per il miglior attore a Jesse Plemons nel trittico “Kinds of kindness” di Yorgos Lanthimos (stavolta tornato insopportabile, dopo “La favorita” e soprattutto “Povere creature!”, ultimo Leone a Venezia). Passabile la sceneggiatura a Coralie Fargeat per “The substance”, che ha fatto temere il peggio per una possibile Palma.

Palma ipotizzabile anche per l’iraniano Mohammad Rasoulof, scappato pericolosamente da poco dall’Iran per sfuggire all’ennesimo arresto, ma che è stato compensato con un Premio Speciale per il suo “The seed of the sacred fig”, passato giusto venerdì in chiusura, con il regista mostrante le foto degli attori, ancora bloccati in Patria. Rasoulof  ha ricordato, con il trofeo in mano, ancora una volta la crudeltà del governo teocratico del suo Paese: un’altra di quelle immagini che non dimenticheremo facilmente, solitamente sostituite da quelle sedie vuote, simbolo da tempo di registi privati della loro libertà.

 

Ultimo aggiornamento: 11:42 © RIPRODUZIONE RISERVATA