Redditometro, cosa cambia dopo lo stop? Un nuovo decreto per spingere il patto con le partite Iva

Al concordato preventivo sono legate le maggiori attese di risorse per la manovra. La norma non muore, sarà rivista

Giovedì 23 Maggio 2024 di Andrea Bassi
Redditometro, cosa succede dopo lo stop? Un nuovo decreto per spingere il patto con le partite Iva

Alla fine Giorgia Meloni ha deciso di anticipare i tempi. Aspettare il consiglio dei ministri di domani per ascoltare le ragioni del vice ministro dell’Economia Maurizio Leo, avrebbe finito per alimentare altri due giorni di polemiche. Troppo, a pochi giorni dalle elezioni europee. Così per la seconda volta in pochi giorni, la premier si è trovata costretta a “congelare” un provvedimento di uno dei suoi ministri. Prima era toccato alla sugar tax inserita da Giancarlo Giorgetti nell’emendamento del governo sul Superbonus. Stavolta è stato il turno del Redditometro.

Le spiegazioni del vice ministro Leo non sono bastate, dalla pressione della Corte dei conti fino al fatto che lo strumento non era stato mai abolito, ma solo messo in freezer. Ma il punto contestato dalla premier in realtà è un altro. Approvare un provvedimento del genere senza prima preparare l’opinione pubblica è un boomerang. Così il provvedimento è stato sospeso in attesa di «altri approfondimenti». Il provvedimento non muore però, sarà rivisto. Nel suo messaggio Giorgia Meloni ha già chiarito quali saranno i correttivi, e soprattutto il racconto, che dovrà essere fatto, prima di poter reintrodurre l’accertamento sintetico. «Il nostro obiettivo», ha detto, «è e rimane quello di contrastare la grande evasione e il fenomeno inaccettabile, ad esempio, di chi si finge nullatenente ma gira con il Suv, o va in vacanza con lo yacht, senza però per questo vessare con norme invasive le persone comuni». Lo strumento è congelato, ma sarà definitivamente abolito? Probabilmente in qualche misura sopravviverà. Magari ribattezandolo “furbettometro”. E una ragione c’è. Il Redditometro non è del tutto estraneo al progetto fiscale che sta portando avanti il vice ministro Leo. Anzi, potrebbe avere una sua utilità. Una delle gambe principali del piano di riforma è il concordato biennale preventivo. Si tratta del “patto” che il Fisco proporrà a partire dal prossimo 15 giugno alle Partite Iva per stabilire in anticipo le tasse che dovranno pagare nei due anni successivi.

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IL MECCANISMO

Chi accetta questo patto dovrà migliorare la sua pagella fiscale, arrivando in 24 mesi al massimo dei voti, ossia 10. Secondo le prime simulazioni molte Partite Iva, quelle con i voti medi bassi, dovranno impegnarsi a versare un ammontare di tasse che non di rado è significativamente superiore a quelle pagate oggi. Chi però accetterà la proposta del Fisco, avrà un importante beneficio: non sarà sottoposto per due anni agli accertamenti e, in particolare, a quelli presuntivi.

Dunque nei confronti di chi sottoscrive il concordato biennale preventivo il Redditometro non potrà comunque essere usato. Èchiaro che avere a disposizione questo strumento di accertamento costituisce un forte incentivo ad aderire al patto che sarà proposto dal Fisco. Con il Redditometro in campo qualsiasi consulente dovrebbe spiegare ai suoi clienti che non possono comprare una Tesla da 70 mila euro se ne dichiarano 30 mila di tasse. Esattamente quanto sostenuto dalla premier.

IL PASSAGGIO

Ma se non c’è una reale possibilità di essere scovati è anche immaginabile che molte Partite Iva potrebbero decidere di continuare a rischiare e non accettare l’adesione al concordato preventivo. Il Redditometro, insomma, potrebbe costituire il bastone da affiancare alla carota. Anche perché da quante Partite Iva aderiranno al concordato biennale preventivo, dipenderà anche la quantità di risorse economiche che il governo avrà a disposizione per proseguire nella riduzione delle tasse. Questo sì uno dei principali obiettivi politici del governo. E quella del concordato biennale preventivo è considerata una delle principali fonti di gettito della prossima manovra. Non a caso la data entro la quale i 4,4 milioni di Partite Iva chiamate al patto con il Fisco dovranno rispondere, è stata fissata al 15 ottobre prossimo. Pochi giorni prima della presentazione della legge di Bilancio. Palazzo Chigi e il Tesoro vogliono avere la certezza dei soldi che avranno a disposizione per proseguire nella politica di riduzione della pressione fiscale. Il concordato, insomma, non può fallire le sue promesse. Anche questo un segno delle difficoltà nelle quali dovrà muoversi il governo nei prossimi mesi con il ritorno delle regole fiscali europee che non consentono più, salvo sorprese, di finanziare misure politiche utilizzando la leva del deficit. Come si farà a questo punto a sospendere un decreto ministeriale che è già stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale? Ne servirà un altro. E dovrà essere lo stesso vice ministro dell’Economia Maurizio Leo a firmarlo. Anche per rimarcare che a mettere la toppa deve essere stato chi lo strappo lo ha creato.

Ultimo aggiornamento: 27 Maggio, 00:26 © RIPRODUZIONE RISERVATA